William Klein

 

William Klein - Bikini, Mosca 1959

Secondo voi, quando guardo un gruppo di fotografie di un autore conclamato o dell’ultimo dei dilettanti… voi credete che io guardi le fotografie?… I soggetti, le composizioni, le luci, gli orizzonti, le diagonali, i terzi, i contrasti e quant’altro?…

No.

O meglio: le fotografie le guardo, certamente, ci mancherebbe…
Ma attenzione però: le guardo ma non le “misuro”: concentrarsi su orizzonti, diagonali, terzi non significa guardare una fotografia, significa misurarla.

Le guardo nel loro insieme, senza scomporle in parti.
Ma ciò che vedo in realtà è altro. E’ molto meno e nello stesso tempo molto di più.
E quello di cui mi accorgo è soprattutto se questo “altro” c’è o non c’è.

Mi spiego.

Nel disegno o nella pittura, per identificare il talento di un disegnatore o di un pittore, abitualmente si usano termini specifici quali mano, tratto, segno.
Sono parole dal significato impalpabile e difficile da definire, di cui afferriamo il senso nel momento stesso in cui ne percepiamo l’esistenza, e delle quali ci serviamo per giudicare il valore di un’opera e del suo autore.

Ad esempio noi diciamo: “Quel disegnatore ha una bella mano”, oppure: “Quel dipinto si caratterizza per un segno grafico maturo”, e anche: “Quel pittore ha un tratto deciso”, e così via.

E quando diciamo questo non focalizziamo la nostra attenzione sul soggetto raffigurato nel disegno o nel quadro che stiamo esaminando, o sulla composizione, o sulla scelta dei colori, ma ci riferiamo a una prerogativa propria dell’autore, a una sua capacità immanente, che prescinde dall’opera realizzata e che costituisce la cifra stilistica del suo operare, qualunque sia il soggetto da lui affrontato, un paesaggio, un ritratto, un disegno astratto.

Mano, tratto, segno sono termini efficaci anche per qualificare il fotografo e la fotografia (anche se nella fotografia tutto questo è più sfumato, meno evidente, a causa della presenza di un secondo protagonista, un autore muto ma decisivo che accomuna tutti quanti gli autori umani e che sa creare e mettere in forma all’insaputa di chi la manovra. Questo autore muto si chiama fotocamera).

Quando guardo una fotografia, non m’interessa giudicarla attraverso l’analisi del soggetto o della forma. Quasi nemmeno li vedo soggetto e forma.
Io vedo la mano del fotografo, ne vedo il tratto caratteristico, se c’è… perché può esserci o non esserci.
E se c’è, quello è un fotografo, anche se la fotografia che ho davanti in quel momento è una fotografia sbagliata, inutile, brutta o semplicemente venuta male.

Mano, tratto e segno prescindono dalla singola opera visualizzata.
Sono il modo col quale ogni fotografo provoca il caso, producendo fotografie.

In effetti pochi fotografi nella storia della fotografia hanno avuto un tratto forte e deciso, tale per cui un qualunque loro scatto è immediatamente riconoscibile tra mille.
Un tratto capace di manifestarsi perfino in fotografie insignificanti o decisamente brutte, che continuano tuttavia a caratterizzarsi per la mano del fotografo che le ha eseguite.
Perché la mano, il tratto, il segno fotografico vanno oltre la singola immagine, attraversano verticalmente l’intera produzione di un fotografo, e sono la chiave di lettura del suo talento.

Cartier-Bresson indubbiamente è tra questi, al punto che ogni fotografia di Cartier-Bresson, prima ancora di essere una fotografia di New York, o di Parigi, o dell’India, o della Cina, è sempre prima di tutto una fotografia di Cartier-Bresson.

William Klein sicuramente, Garry Winogrand, Martin Parr… Ugo Mulas tra gli italiani… e perfino Elliott Erwitt – tra i primissimi che mi vengono in mente – sono fotografi dal tratto inconfondibile, preciso, sicuro.

Ecco. E’ questo ciò che vedo quando guardo una fotografia.
Ed è questo ciò che ognuno dovrebbe ricercare all’interno di se stesso e del suo fotografare.
Cercare il proprio tratto, la propria mano, il proprio segno distintivo e personale, che non significa cercare uno stile, perché lo stile – talvolta – non è altro che il manifestarsi di una forma che può essere ripetuta in modo manieristico.
Cercare la propria espressione, attraverso un segno chiaro e distinguibile.
Essere se stessi fotografando, così come ciascuno di noi è inconfondibilmente se stesso se ci chiedono di fare un disegno o di scrivere un piccolo racconto.

In parole semplici – perché di altro non si tratta – cercare il proprio, personale modo di guardare alla realtà e di porsi di fronte ad essa, affidando alla fotocamera il compito di registrarla.
Perché fotografare non è altro che questo.

Se c’è la mano del disegnatore, o la mano dello scrittore, credetemi: c’è anche la mano del fotografo.
E se c’è, è la prima cosa che vedo quando guardo una fotografia, valida o meno che sia. E a quel punto il valido o il meno valido non m’interessano più, perché vedo il fotografo, non più la fotografia.

Tutti gli amici che mi mandano i loro album da visionare dovrebbero capire una cosa: che tra tante fotografie c’è sempre lo scatto riuscito meglio, c’è sempre la fotografia non disprezzabile o perfino buona.
Quello che manca, ogni volta, è proprio ciò che farebbe di quella persona un fotografo: manca il tratto distintivo e personale.
Manca la mano.

Foto: William Klein – Bikini, Mosca 1959

Roberto Morosetti