W.Eugene Smith

 

W. Eugene Smith - White Rose Bar sign from the 4th floor window
Spirito irrequieto, partecipe ed estremamente sensibile, W. Eugene Smith è soprattutto un uomo segnato da una fragilità interiore.

In perenne conflitto con Life per la gestione delle sue fotografie – ed essenzialmente in conflitto con se stesso – nel 1957, a soli 39 anni, decide di trasferirsi in una nuova casa al numero 821 della Sixth Avenue, nel cuore di Manhattan.
Taglia i ponti con la famiglia e si licenzia dalla rivista per ritirarsi nel loft al quarto piano di un palazzo fatiscente, nel Flower District di New York, decidendo di di vivere da solo e in precarie condizioni economiche nello squallore di quell’edificio.

“Il Castello del regno del caos” lo definisce lui, ma quel fabbricato si farà conoscere come “The Jazz Loft”.

L’edificio infatti è un polo d’attrazione dei più grandi musicisti jazz dell’epoca, che vi stabiliscono la loro dimora. Tra questi Thelonious Monk, Charles Mingus, Ornette Coleman, Bill Evans, Charlie Haden, Don Cherry, Chick Corea, Sonny Rollins e Sonny Clark.

La notte, quando i musicisti finiscono di suonare nei club, verso le tre del mattino si tengono nei vari appartamenti diverse jam session che si protraggono fino all’alba.
In mezzo, sempre con la macchina al collo, si aggira Eugene Smith, pronto a immortalare ogni singolo momento.

Tra il 1957 e il 1965 Eugene Smith scatta circa 40.000 fotografie, sia della scena musicale che la notte anima il suo edificio, sia della vita del quartiere. Istantanee, queste, prese dalla finestra del suo appartamento al quarto piano.
E negli stessi anni registra, con un sistema di cablaggio sofisticato, oltre 4.000 ore di nastri musicali mono e stereo.

Negli anni del Jazz Loft la vita di Eugene Smith, dall’esterno, sembra in completo disfacimento, ma la sua produzione non fu mai più febbrile, tanto da diventare quasi leggendaria.

Eugene Smith era un maestro della camera oscura. Nelle sue fotografie c’è il bianco, il nero e ogni possibile sfumatura di grigio intermedia. Era un mago della manualità.
Ed era anche attratto dalla musica, proprio per il fatto che “la musica si fa con le mani”.

W. Eugene Smith – White Rose Bar sign from the 4th floor window, 1957-64 ca.

Roberto Morosetti

 

W. Eugene Smith - The walk to paradise garden, Usa 1946

Nel 1955 si inaugura a New York quella che è considerata la capostipite di tutte le mostre fotografiche: “The Family of Man”, curata da Edward Steichen, fotografo e pittore lussemburghese naturalizzato statunitense, personaggio eminente della cultura americana, direttore della fotografia presso il MoMA, il Museum of Modern Art di New York.

L’opera si compone di una selezione di 503 fotografie, scelte tra quasi 2 milioni di immagini scattate in 68 paesi da 273 fotografi diversi.
L’obiettivo è quello di raffigurare il ventaglio universale dei sentimenti e delle esperienze umane per sottolinearne le sostanziali affinità in tutto il pianeta.

E’ ancora oggi il progetto fotografico più visitato al mondo. Ha viaggiato in 37 paesi, ha attratto più di 7 milioni di visitatori, ha venduto più di 5 milioni di copie del catalogo.

Non mancarono le critiche.
A dieci anni dalla fine della Seconda guerra mondiale e nel pieno della guerra fredda culminata pochi anni addietro nella Guerra di Corea, la mostra presenta ben poche tracce di conflitto, e il lavoro di Steichen venne bollato da alcuni come il prodotto dell’estetica mediocre degli anni cinquanta e il tentativo di diffondere, in una sorta di imperialismo culturale, il punto di vista codificato dalla mitologia americana.

Tralasciando però tutto questo, dicevo: la mostra si compone di 503 fotografie.
L’ultima, quella scelta per chiudere l’emozionante percorso, è “The walk to paradise garden”, di W. Eugene Smith.

Corrispondente per Life durante la Seconda guerra mondiale sul fronte del Pacifico, il 23 maggio del 1945, a Okinawa, Eugene Smith viene ferito al volto e al collo dall’esplosione di una granata.
Le conseguenze sono pesanti: due dolorosi anni di ospedale, una lunga serie di interventi chirurgici e una faticosa riabilitazione.

Nel dopoguerra, un senso di profondo smarrimento nei confronti del proprio mestiere di fotoreporter porta Eugene Smith – spirito irrequieto, sensibile e in perenne conflitto con le sue fragilità di uomo – a interrogarsi sull’opportunità o meno di ricominciare a fotografare.
Quella che era stata una lontananza forzata a causa del suo grave infortunio si stava trasformando in un rifiuto mentale, difficile da superare.

Ancora convalescente, nel 1946, per la prima volta dopo il ferimento, durante una passeggiata con i suoi bambini, prova a riprendere in mano una macchina fotografica e a trascinare il suo spirito creativo fuori dall’esilio in cui si era rinchiuso.
Davanti a lui, i suoi due figli camminano sicuri attraverso una vegetazione lussureggiante. Smith inquadra e scatta. Prova il bisogno di creare un’immagine che racconti di un attimo di grazia, che si opponga all’orribile brutalità della guerra, suo ultimo aborrito soggetto.

Il risultato è una delle più famose fotografie di tutti i tempi, “The walk to paradise garden”. Nei passi dei due bambini che si tengono per mano c’è l’appassionato desiderio di un uomo di rinascere, di girare le spalle all’oscurità e camminare verso la luce. Una suggestiva evocazione del viaggio dal paradiso perduto al paradiso ritrovato, una speranza per sé e per il proprio tempo.

Una composizione perfetta, immediata, non studiata, in un percorso che va dalle tenebre alla piena luce.

Foto: W. Eugene Smith – The walk to paradise garden, Usa 1946

Roberto Morosetti