Paul Strand

 

Paul Strand - Wall Street, New York City, 1915

“Non importa quale sia l’obiettivo utilizzato, non importa quale sia la velocità della pellicola, non importa come si sviluppa, non importa come si stampa. Non si può mai rappresentare più di quanto si può vedere”.

Paul Strand

Come ho ricordato qualche giorno fa, dalle ceneri del Pittorialismo nasce con Alfred Stieglitz la fotografia moderna.
E contemporaneamente, agli inizi del Novecento, la fotografia diviene anche il mezzo attraverso il quale documentare la realtà sociale contemporanea, senza alcuna mediazione di tipo pittorico, emotivo o sentimentale. Un mezzo che fonda la sua efficacia ed espressività nella perfetta sintesi tra un’esposizione oggettiva del soggetto e una tecnica esemplare.

L’esempio più pertinente è forse quello di Lewis Hine (fotografo di cui abbiamo parlato più volte su Fotografia – Il nuovo Cassetto e del quale riparlerò anche qui), che utilizzò il mezzo fotografico per rivelare le deplorevoli condizioni di vita dei lavoratori appartenenti alle classi sociali più umili e quelle degli immigrati dall’Europa e dall’Italia.

Anche Paul Strand, fotografo e cineasta nato a New York (1890 – 1976), contribuì all’inizio del ventesimo secolo a conferire alla fotografia quella dignità di disciplina autonoma che ancora oggi conserva, ponendo alla base della qualità formale delle sue fotografie il fattore tecnico meccanico, che per anni era stato quello che l’aveva distanziata dal mondo dell’arte, che invece vedeva la pittura come unica, vera forma d’espressione artistica.

Paul Strand acquisisce la tecnica fotografica da Lewis Hine, per poi avvicinarsi ad Alfred Stieglitz, pubblicando le sue prime fotografie sulla rivista “Camera Work”, fondata dallo stesso Stieglitz.

Liberatosi della lezione pittorialista, Strand – eccezionale cronista del Novecento, maestro del realismo in bianco e nero e tra i principali esponenti della Straight Photography, la fotografia diretta – si dedica con occhio attento all’esplorazione dell’ambiente urbano, riuscendo a realizzare immagini che presentano un dialogo incisivo e straordinariamente espressivo tra bianchi e neri, tra luci e ombre, in un contrasto di forme energico e acuto.

Le sue immagini sono l’emblema di un’epoca, la sua visione è potente, il suo lavoro è puro e diretto.

Influenzato dall’arte delle avanguardie europee e dalla pittura astrattista, Strand esegue tra il 1916 e il 1917 una serie di fotografie di particolari architettonici e nature morte ispirate alla semplificazione geometrica cubista, giocate sull’alternarsi delle luci e delle ombre, sul close-up di particolari decontestualizzati dalla realtà, affidandosi alle linee, ai volumi e agli spazi, senza manipolare in alcun modo le immagini.
Realizza inoltre una serie di studi fotografici di macchine e di elementi meccanici ispirati al Precisionismo (una corrente pittorica sviluppatasi in America intorno agli anni venti e che ebbe quali principali esponenti Charles Sheeler e Georgia O’Keeffee), immagini liriche, emozionali e solenni.

Strand integra alla perfezione l’aspirazione a una fotografia pura, offrendole all’inizio del secolo nuovi margini di libertà e un nuovo modo di interpretare la realtà e di esprimere nel contempo la propria individualità.
Le fotografie di Strand, alle quali si riconosce un altissimo valore estetico, hanno la qualità unica della forza espressiva, dell’intensità emotiva, della liricità.

Il suo variegato corpo di lavoro, che copre una sessantina d’anni, tocca i più disparati generi e soggetti attraverso America, Europa e Africa, mettendo in evidenza il suo costante sforzo di usare la fotografia come strumento di comprensione del mondo, cercando di coglierne la sua autenticità e la sua intima essenza.

Foto: Paul Strand – Wall Street, New York City, 1915

Roberto Morosetti

Paul Strand - From Un paese, The Family Lusetti, Luzzara

Verso la metà del secolo scorso, sul modello dei popolari magazine americani come Life, in tutto il mondo i grandi periodici illustrati moltiplicarono le loro inchieste fotografiche, mettendo l’immagine a disposizione della scrittura e dell’informazione.

In Italia, un esperimento d’avanguardia fu sicuramente “Un paese”, il fotolibro edito da Einaudi nel 1955, nato dalla collaborazione intercorsa dal 1953 al 1955 tra il fotografo americano Paul Strand (di cui abbiamo parlato diffusamente nel post precedente a questo) e Cesare Zavattini.

Fu il primo fotolibro edito in Italia e costituì uno straordinario incontro di media e culture diverse.

L’intenzione principale di Zavattini, uno dei maggiori esponenti del neorealismo cinematografico, e di Paul Strand, era quella di rappresentare la quotidianità di un piccolo paese della pianura padana, Luzzara, paese natale dello stesso Zavattini, un luogo legato alla terra e alle sue abitudini contadine.

“Un paese” rappresenta nelle parole di Zavattini un’ideale prosecuzione dell’estetica e dell’etica neorealiste nel mezzo fotografico e letterario, e trova in Strand l’artefice ottimale di questa congiunzione.

Fedeli all’idea di Zavattini che la realtà si manifesti per intero nella rappresentazione semplice e diretta delle cose e delle persone in quanto tali, le fotografie che compongono il libro non sono “scatti rubati”, ma si dispiegano per la maggior parte in una serie di ritratti posati degli abitanti del luogo. Persone che si offrono consapevolmente all’obiettivo del fotografo nella loro spontanea naturalezza.

I ritratti avvincenti realizzati da Paul Strand a Luzzara raccontano di una collettività umana avvezza alla povertà e alla sopportazione, documentano la bellezza della terra, e danno traccia dei ritmi senza tempo della quotidianità di questo paesino dell’entroterra reggiano.
Luzzara è un paese pieno di speranza, colto nel momento del passaggio dalla dimensione contadina e del lavoro stagionale della terra alla mentalità del ventesimo secolo.

“Un paese” rappresenta uno dei progetti più significativi riguardanti l’utilizzo della fotografia come strumento documentario, usato – insieme alle parole di Zavattini – per raccontare a livello sociale e antropologico un microcosmo universale: l’Italia contadina del dopoguerra.

Foto: Paul Strand – From “Un paese”, The Family Lusetti, Luzzara, Italy, 1953

Roberto Morosetti