Louis Faurer

 

Louis Faurer - Broadway, New York 1949-50

Qui si parte da Louis Faurer per arrivare ai giorni nostri.

Andiamo con ordine.
L’americano Louis Faurer (1916 – 2001) è un fotografo che amo in modo particolare.

Non è un nome di primissimo piano nella storia della fotografia, malgrado avesse tutte le carte in regola per diventarlo.
E’ stato un importante fotografo nel campo della moda, ma per il suo temperamento riservato non raggiunse mai la popolarità di altri fotografi più noti, suoi contemporanei.

Le sue fotografie furono pubblicate per più di vent’anni su riviste come Harper’s Bazaar, Vogue, Look, Life e altre.
Si lamentava del fatto che il suo impegno per Life lo avrebbe costretto a viaggiare, e questo lo portò a lasciare la rivista agli inizi degli anni ’50.
L’aneddotica racconta di Faurer che il viaggio più lungo che fece in vita sua fu di recarsi a New York, città in cui morì, partendo da Philadelphia, città in cui nacque.

Le fotografie per le quali al giorno d’oggi è maggiormente ricordato sono quelle relative al suo lavoro personale di strada degli anni ’40, ’50 e ’60. Un lavoro da autentico fotoamatore.
Fotografò per le strade di New York e Philadelphia, raccontando con originalità l’ambiente urbano e catturando – con spiccata sensibilità ed empatia verso i molteplici aspetti dell’animo umano – l’energia irrequieta della vita, soprattutto notturna, delle due grandi metropoli.

Faurer fu un incessante sperimentatore.
Perfezionista instancabile, utilizzò deliberatamente sfocature, mossi, sovraesposizioni, inclinazioni della fotocamera; sfruttò la granulosità delle pellicole e delle emulsioni ad alta sensibilità e alto contrasto, per ottenere quei particolari effetti espressivi di cui era avido ricercatore.

Sperimentazione, innovazione.
Ecco.
E’ ciò che vorrei vedere nei giovani, nei nativi digitali, nei nuovi fotografi e fotoamatori della generazione di internet e delle piattaforme di condivisione.
Una fotografia diretta, antidogmatica, trasgressiva. Aggressiva nei confronti delle regole e della fotografia composta, patinata, formalmente ineccepibile ma stanca della generazione di noi “vecchi”.

Affinché si affermi, dopo le rivoluzioni dei Frank, dei Klein, dei Winogrand degli anni cinquanta, ormai digerite e in parte rifiutate, un nuovo linguaggio nella fotografia.

Cioè: ci rendiamo conto del fatto che le scuole, i circoli, i gruppi, le riviste di fotografia insegnano ancora a guardare se gli orizzonti sono dritti e se la composizione rispetta la regola dei terzi?
La fotografia è ferma, più o meno, agli inizi del secolo scorso.
Per fare un esempio, la prima fotografia conosciuta di Henri Carter-Bresson è del 1926. Ditemi: cos’è cambiato in questi 90 anni?

Mentre la pittura – per dirne una – negli stessi anni ha attraversato il Cubismo, il Dadaismo, il Surrealismo, il Fauvismo, l’Astrattismo, il Suprematismo, il Futurismo, il Razionalismo, l’Espressionismo, eccetera eccetera… periodicamente ogni dieci anni proiettata alla ricerca di un nuovo linguaggio.

Perché non è accaduto nulla di tutto ciò nella fotografia?
E non sarebbe il momento che accadesse, ora che il digitale e internet hanno radicalmente mutato il modo di fare fotografia e di fruirne?

Foto: Louis Faurer – Broadway, New York 1949-50

Roberto Morosetti