Jeff Wall

 

Jeff Wall - Insomnia, 1994
Ritengo che la fotografia sia un linguaggio, uno strumento, un medium espressivo col quale gli esseri umani comunicano tra loro, si scambiano informazioni, stabiliscono rapporti di interazione.

Altri, non pochi, sostengono invece che la fotografia sia “arte”.
Ora si tratta di mettersi d’accordo sull’utilizzo dei termini.

Chi pensa che la fotografia sia arte lo dice perché è convinto di fare “arte” nel momento in cui, mediante la fotografia, cerca di esprimere le proprie emozioni o la propria visione della realtà.
E’ fautore di una concezione estetico-emotiva della fotografia.
Mentre, con le sue fotografie, nel cercare di esprimere le proprie emozioni o la propria visione della realtà, non fa altro che comunicarle a se stesso o ad altri, continuando a servirsi della fotografia semplicemente come medium espressivo.

L’errore chiave sta proprio in questo: non è mai l’autore a poter dire se ciò che produce è arte.

L’arte non è, come spesso si fraintende, il prodotto di un istinto creativo spontaneo, ma una disciplina coerente la cui produzione (o fruizione) mette in moto sfere cognitive di tipo intellettuale e culturale, più che di carattere emotivo-sentimentale.
Accostarsi a Picasso, ad esempio, produce fallimento e frustrazione se non si conoscono alla perfezione i presupposti teorici di scomposizione, simultaneità, azzeramento della prospettiva e riduzione del tridimensionale al piano che stanno alla base della rivoluzione cubista nella pittura.

Nella sua accezione oggettiva – ripeto: oggettiva – affinché una qualunque espressione della creatività umana possa essere considerata arte è indispensabile che sia giudicata tale da tutto il sistema che ha proclamato arte ciò che noi abitualmente conosciamo come arte.

E occorre realizzare qualcosa che presenti un carattere di novità e originalità – nella forma, nella struttura, nel contenuto – e che trovi riscontro in un insieme di elementi concomitanti quali l’apprezzamento della critica e il riconoscimento del ruolo dell’artista all’interno di una singola corrente o avanguardia.

Certo. Le frontiere tra arte alta ed espressioni di arte popolare sono al giorno d’oggi aperte e permeabili a passaggi, influenze, reciproche commistioni, più di quanto non sia mai stato nel passato.
Ma il discorso vale anche per la pittura. Non sono “arte” i quadri esposti nelle gallerie lungo il Naviglio di Milano o nelle mostre estemporanee organizzate a ferragosto nelle varie località di villeggiatura.
Sono soltanto pittura. Immagini – realistiche o in libera associazione di forme – eseguite su tela con pennello e colori.

Perché il lavoro di un pittore o di un fotografo sia definibile “arte” occorre in sostanza che il sistema dell’arte lo riconosca come tale. E’ questione di oggettività, non di opinioni soggettive.

Tutta questa digressione per introdurre il lavoro di un importante fotografo contemporaneo che ha fatto, della fotografia, un utilizzo prettamente e consapevolmente artistico.
Ha fatto arte attraverso gli strumenti della tecnica fotografica.

Stiamo parlando di Jeff Wall.

Jeff Wall, nato nel 1946 e figura chiave sulla scena artistica internazionale a partire dai primi anni settanta, è un fotografo canadese appartenente alle correnti della fotografia concettuale.

Le sue fotografie, simili a lucide visioni oniriche, sono costruite all’interno di ambienti molto elaborati, e affascinano lo spettatore trasportandolo in un mondo surreale, estraniante, inquietante.

Con una serie di opere che spaziano tra tematiche diverse e dalla grammatica vicina al linguaggio della pubblicità, affini alla Pop Art e declinate in un lessico che imita i più banali stili cinematografici, Wall ama definirsi “un pittore della vita moderna” e le sue fotografie – abitualmente di grande formato e presentate all’interno di grandi light box retroilluminati – ricordano, per composizione e dimensione, i quadri del realismo pittorico del XIX secolo.

Jeff Wall ha il pieno controllo sull’immagine e si trasforma in regista di un set, pianificando lo scatto in ogni suo minimo dettaglio, dalla scenografia, ai costumi, alle luci, alle azioni dei protagonisti.
Tutte le scene sono interpretate da attori e qualche volta assemblate e post prodotte digitalmente.

Tuttavia è importante tenere ben presente che se il concetto è allestito e mediato, ciò che vediamo si è realmente svolto davanti all’obiettivo di una fotocamera, e questo rende il risultato dell’operare di Wall un vera e propria fotografia.

Foto: Jeff Wall – Insomnia, 1994 (light box, cm. 172 x 213,5)

Roberto Morosetti