Eugene Atget

Eugene Atget - Rue des Ursins, Parigi, 1900

 

Eugène Atget (1857 – 1927) è stato un fotografo francese.

Definito da Berenice Abbott il “Balzac della fotografia”, è uno dei padri della fotografia moderna.

Attore teatrale, pittore e disegnatore, iniziò a fotografare quasi per caso, attorno al 1897-1898, quando valutò di aver raggiunto una tecnica sufficientemente buona da poter fornire a pittori, disegnatori e architetti le documentazioni fotografiche di cui essi necessitavano per svolgere il proprio lavoro.
L’insegna dell’ufficio di Atget recava infatti la scritta “Documents pour artistes”, e a tale modestia rimase improntata tutta la sua attività, fino alla fine.

Cominciò così a vendere i suoi soggetti cittadini in giro per Parigi, anche ai turisti, finché la Biblioteca nazionale di Francia si accorse di lui e acquistò l’intera collezione delle sue fotografie.
Ebbe inoltre tra i suoi clienti pittori del calibro di Braque, Derain, De Vlaminck.

La sua fortuna fu sostanzialmente postuma: in vita il suo genio fu riconosciuto solo assai tardivamente, negli ultimissimi anni della sua esistenza, da un piccolo gruppo di artisti d’avanguardia, tra i quali Man Ray, suo vicino di studio a Montparnasse.
La maggior parte dei suoi scatti è stata pubblicata solo dopo la sua morte, per iniziativa soprattutto di Berenice Abbott.

Atget documentò sistematicamente l’architettura e l’assetto urbano della vecchia Parigi, con campi visivi piuttosto ampi, tendenti a suggerire l’atmosfera dell’ambiente, sebbene questo non significhi che egli non prestasse attenzione anche ai dettagli.

La sua profonda coerenza ci dà l’impressione che egli adoperasse la fotografia per rintracciare una città appartenente al passato.

In oltre 10.000 lastre di vetro formato 18×24, fotografò i quartieri antichi destinati a scomparire, i piccoli mestieri e le botteghe condannate dallo sviluppo dei grandi magazzini, i primi piani di elementi decorativi come batacchi e ringhiere di ferro battuto sulle facciate.

Fotografò Parigi in tutti i suoi aspetti, in una serie di immagini che ci restituiscono la Parigi di Hugo, Zola e Maupassant: viuzze e cortili del centro storico con i vecchi edifici destinati alla demolizione, magnifici palazzi risalenti all’Ancien Régime, ponti e banchine della Senna, mercati, negozi di tutti i generi.

Atget, pur documentando una realtà in rapido mutamento, trascurò quasi completamente gli eventi più spettacolari del suo tempo. Un esempio per tutti: non fotografò mai la Tour Eiffel.
Si concentrò piuttosto su certi mestieri, certe figure del panorama parigino, quasi a voler fissare delle istantanee di un mondo che, di lì a pochi anni, non sarebbe stato più lo stesso.

Le sue scene sono tanto silenziose e vuote perché egli scattava soprattutto all’alba o nelle prime ore del giorno, e in generale si industriava per rintracciare quegli spazi che rimanevano miracolosamente estranei alla fervente congestione dei boulevards più affollati.

Le fotografie di Atget mostrano la capacità di cogliere la bellezza e la fascinazione intrinseche che gli spazi pubblici sono in grado di possedere. Egli non volle mostrare la vita “nella” strada, ma la vita “della” strada stessa, ricercando lo spirito del luogo, restituendo allo spazio l’importanza che gli spetta, in tutta la sua autonomia, riconoscendogli una forza di seduzione autonoma.

Si è spesso ripetuto che una delle grandi rivoluzioni avviate con Atget sia stata quella di aver concorso a “disumanizzare” la fotografia, ovvero a togliere il soggetto umano dalle fotografie, soggetto che fino a quel momento era considerato un elemento imprescindibile dell’immagine fotografica.
Ma questo è un po’ un luogo comune, indotto dalla troppo citata frase di Benjamin sulle sue foto come “scene del delitto”. In realtà Atget prese intere serie di ritratti di popolo minuto, prostitute, artigiani, gente di strada.

Inoltre egli fu il primo fotografo a liberarsi totalmente dalle convenzioni del Pittorialismo, per dare alla sua professione una nuova dignità, acquisita solo con i mezzi del suo specifico tecnico.

Figura schiva, umile ed enigmatica, Atget non ha lasciato alcuna testimonianza scritta, né diari né interviste.

Foto: Eugène Atget – Rue des Ursins, Parigi, 1900

Roberto Morosetti

 

Eugene Atget - Pendant l'Eclipse (Durante l'Eclissi), Parigi 1912

Eugène Atget, considerato tra i padri fondatori della fotografia moderna, fonte d’ispirazione per le future generazioni, citato come maestro da altri grandi della fotografia come Henri Cartier-Bresson, non aderì mai ad alcun movimento artistico, proprio perché si considerava un artigiano, più che un artista.

Egli fu senza dubbio l’artefice di una forma di visione pura, libera dagli orpelli del simbolico e del pittoresco.
Ma per lui non si trattava soltanto di registrare asetticamente la realtà, quanto piuttosto di ricrearla fotograficamente, vale a dire per mezzo di luci, ombre e inquadrature, secondo il proprio punto di vista.

Solo negli ultimi anni della sua vita, intorno al 1925, entrò in contatto con gli esponenti dell’avanguardia surrealista, in primo luogo Man Ray, che era suo vicino di studio a Montparnasse.
Man Ray decise di pubblicare alcune fotografie di Atget su un numero della rivista “La Révolution surréaliste”, adoperando proprio la fotografia che propongo oggi, “Durante l’eclissi”, come immagine di copertina.

Atget acconsentì all’uso delle sue immagini ma, schivo come sempre, chiese a Man Ray di non pubblicare il suo nome, ribadendo di non essere un artista ma solo un fotografo che non produceva altro che documenti.
Nello stesso periodo, le fotografie di Atget attrassero l’attenzione di altri esponenti delle avanguardie pittoriche, come André Derain, Henri Matisse e Picasso.

Ciò che piaceva ai surrealisti dell’opera di Atget era proprio la capacità intrinseca delle sue fotografie di rivelare il carattere profondamente straniante di spazi ordinari e insignificanti.
Questo aspetto della produzione di Atget andava incontro all’idea surrealista per cui qualsiasi oggetto può diventare fonte di rivelazione ed epifania, perché anche l’elemento più banale della realtà, se guardato nel modo giusto, rivela il proprio rapporto con una dimensione “altra”.

Di lui Walter Benjamin scrisse: “Curiosamente quasi tutte le sue immagini sono vuote… Sono queste le opere in cui si prefigura quella provvidenziale estraniazione tra il mondo circostante e l’uomo, che sarà il risultato della fotografia surrealista”.

E in più, è stata forse una certa approssimazione tecnica, sia in fase di ripresa che in fase di stampa, ad attirare l’attenzione dei surrealisti sull’opera di Atget.
Cercando infatti di raddrizzare le prospettive con un obiettivo non adatto allo scopo, egli finiva spesso per vignettare i contorni delle immagini, se non, addirittura, per tagliare le teste delle statue che fotografava nei parchi parigini.

La macchina fotografica, non totalmente dominata dall’uomo e ancora una volta legata agli oscuri destini della casualità – quanto mi piace ribadire ogni volta questo concetto! – finiva per offrire risultati non privi di fascino, tanto che – appunto – è stata proprio questa imprecisione ad alimentare ulteriormente il mito di Atget presso i surrealisti.

Foto: Eugène Atget – Pendant l’Eclipse (Durante l’Eclissi), Parigi 1912

Roberto Morosetti