Elliot Erwitt

Elliott Erwitt - Dun Laoghaire, Irlanda

Qualche anno fa feci un piccolo esperimento, una roba alla buona.

A un piccolo gruppo di amici aspiranti fotografi, una decina di ragazze e ragazzi sui venti, venticinque anni, mostrai una serie di fotografie “facili”: fotografie di Carter-Bresson, Erwitt, Burri, tutte però dall’orizzonte marcatamente storto.

Volevo verificare un’idea che mi accompagna da sempre: ciascuno di noi si accorge di qualcosa, di qualunque cosa, solo se gli è stato detto che se ne deve accorgere. Solo se sa che se ne deve accorgere, se è stato avvertito, messo in guardia.
Solo se la sua percezione è stata condizionata.

Dunque mostrai queste fotografie e chiesi ai ragazzi di dirmi cosa vedevano.

Tutti seppero indirizzare la propria analisi, ciascuno nei suoi modi, verso i reali contenuti delle immagini.
Eppure quegli orizzonti così visibilmente obliqui erano sotto i loro occhi, palesi, sfacciati.
Ma nessuno, non sapendo di doverli vedere, li vedeva.

Poi, con mille cautele date dalla preoccupazione di non trasmettere un concetto che potesse guastare la loro freschezza, accennai al fatto che l’orizzonte, nella realtà fisica delle cose, quasi sempre lo percepiamo più o meno come orizzontale.
E’ ovvio che si tratta solamente di una percezione, data da ciò che potremmo chiamare “software di adattamento del nostro cervello”.

Se ciascuno di noi, nel determinato istante in cui osserva qualcosa, è punto di riferimento di se stesso, l’orizzonte fisico della realtà si può disporre rispetto a lui in un infinito numero di modi differenti.

Se ad esempio guardiamo la televisione beatamente sdraiati sul divano di casa nostra (cosa che a me succede con discreta frequenza), è solo il nostro cervello a farci vedere perfettamente orizzontale il deserto del Nevada. Mentre, rispetto a noi, in quell’istante è più a strapiombo della parete nord del Cervino.
Lo vediamo orizzontale solo perché sappiamo che orizzontale dev’essere, non perché in quel momento – rispetto a noi – lo sia veramente.

Ma torniamo ai nostri ragazzi.

Accennai loro alla faccenda dell’orizzonte.
Da quel preciso momento smisero di vedere le fotografie: vedevano solo gli orizzonti.
Quello che fino a pochi minuti prima era un elemento del quale nemmeno si accorgevano, improvvisamente era diventato il punto focale di qualsiasi fotografia.

E’ ben questo ciò di cui parlo quando accenno alla nocività delle regole.
Diventano un imprinting del quale il fotografo non riuscirà più a liberarsi, o lo farà con estrema difficoltà.
Appena un fotografo “vergine”, non ancora condizionato, posta qualche sua fotografia in un gruppo, immediatamente gli saltano addosso stroncandogli il lavoro. E lo fanno perché dicono che gli orizzonti sono storti, che i volumi sono squilibrati e non rispettano i terzi, che i soggetti sono troppo al centro e altre amenità del genere.

E il povero fotografo, che pure nelle sue fotografie era andato al cuore della scena ripresa, si sentirà un incapace, svilupperà perfino dei sensi di colpa, e da quel giorno non si preoccuperà più di capire cos’ha veramente davanti all’obiettivo della sua fotocamera, ma cercherà soltanto di mettere in bolla la realtà, aspetterà che l’omino laggiù si sposti un po’ per andare ad occupare il terzo laterale dell’inquadratura, continuando a domandarsi cosa diavolo sia quella benedetta sezione aurea di cui sente parlare ogni volta in cui mette il naso in qualche gruppo strafigo.

Tutto questo si chiama tendenza al consenso: al consenso di una maggioranza il cui pensiero si propone come dogma ma che tale non è.
Perché le regole non sono scritte sulle tavole della legge raccolte da Mosè sul Monte Sinai.

Intendiamoci. E’ ovvio che ciascuno di noi, nel nostro vivere civile e quotidiano, un certo numero di regole le rispetta.
Io ad esempio a tavola mangio con le posate, non vado contromano in autostrada, mi tolgo il cappello in ascensore se salgo con un altro condomino.
Si tratta però di capire cosa siano realmente le regole nella fotografia.

Discorso complesso.
Di certo c’è solo il fatto che le regole, tutte le regole, altro non sono che convenzioni tra esseri umani.
E dunque attendersi che in una fotografia l’orizzonte sia orizzontale altro non è che un patto implicito tra fotografi o tra osservatori di fotografie.

Ma allora perché, se uno non lo sa, non se ne accorge?…

E soprattutto: perché tutti coloro che riconosciamo essere i più grandi fotografi del ventesimo secolo… di tenere gli orizzonti dritti non si sono mai veramente preoccupati?

Foto: Elliott Erwitt – Dun Laoghaire, Irlanda 1962

Roberto Morosetti