Diane Arbus

 

Diane Arbus - Child with toy hand grenade in Central Park, N.Y.C. 1962

“La fotografia mostra tutte quelle cose che nessuno riesce a vedere prima che siano fotografate”.

Diane Arbus

La newyorkese Diane Arbus (1923 – 1971) è una figura centrale nello sviluppo del linguaggio fotografico, e negli anni in cui i Frank, i Klein, i Winogrand ribaltano l’estetica della fotografia di strada, lei sovverte l’etica della fotografia d’autore.

Fotografa difficile e controversa, a prima vista le sue opere non sono mai piacevoli, e suscitano sconcerto e disagio.

Diane Arbus comincia a fotografare negli anni quaranta, ma è solo grazie all’incoraggiamento dell’amica e mentore Lisette Model, una fotografa nota soprattutto per le sue immagini estreme, che a partire dal 1957 supera la sua timidezza e inizia a riprendere i soggetti che le interessano davvero.
Fino al 1971, anno del suicidio, scatterà oltre 7.500 rullini.

Ecco che nascono le prime immagini che ritraggono travestiti, gemelli, nani, fenomeni, prostitute, individui con problemi mentali, tutte persone che incontra casualmente e che non hanno storie pubbliche da raccontare.
Soggetti non solo consapevoli, ma addirittura desiderosi di essere ripresi, che guardano orgogliosamente nell’obiettivo.

Le intenzioni della Arbus verso i suoi soggetti sono assolutamente sincere e loro lo sentono.
Si stabilisce immediatamente tra fotografa e soggetto una sorta di empatia che permette ad entrambi di agire con la massima naturalezza e al soggetto, in particolare, di mostrarsi nella sua più autentica interiorità.
La Arbus non si limita a fotografare di sfuggita questi personaggi, ma instaura con loro un vero rapporto di amicizia, talvolta anche profondo. Molti di loro vengono fotografati più volte nel corso degli anni. Anche se inizialmente viene vista con sospetto, riesce spesso ad instaurare con le persone fotografate un rapporto di intimità, fino ad essere accettata da loro.

Diane ha sempre sofferto di crisi depressive, che nel tempo si fanno sempre più frequenti, e a poco servono le cure a cui si sottopone. La sua vita diventa una tragica altalena tra momenti di euforia e periodi di cupa depressione.

Il 28 Luglio 1971 viene trovata morta, in casa, riversa nella vasca da bagno vuota e in avanzato stato di decomposizione.
Diane Arbus si era suicidata due giorni prima, il 26 luglio 1971, ingerendo una forte dose di barbiturici e tagliandosi le vene dei polsi.

Si può dividere il lavoro della Arbus in tre filoni principali: quello delle fotografie di personaggi eccentrici e di freaks, coi quali instaura sempre un rapporto di complicità e di amicizia; quello dei ritratti di personaggi famosi eseguiti su commissione per varie riviste; quello delle fotografie prese per la strada.

Ed è proprio in queste ultime che la Arbus concentra il meglio della sua poetica personale, mostrando i soggetti ritratti senza la minima ricerca dell’abbellimento estetico, e andandone invece a scovare l’estremo opposto, come accade ad esempio in una delle sue fotografie più famose, “Child with a toy hand grenade in Central Park” del 1962 (quella di questo post), dove l’espressione di stizza del bambino, una smorfia contratta, è indotta dalla fotografa ritardando il momento dello scatto fino a fare spazientire il bambino.

Le fotografie per cui la Arbus è oggi maggiormente conosciuta sono invece quelle che ritraggono gli esseri umani nella loro diversità, nel loro allontanarsi da quella “normalità” data per scontata dal perbenismo comune: una normalità messa in discussione a volte dalla natura, a volte da scelte personali.
Ma la consapevolezza della loro diversità non li sminuisce. Nella maggior parte dei suoi ritratti queste persone si trovano perfettamente a loro agio.
E’ invece lo spettatore ad essere messo in imbarazzo da come i soggetti accettino con naturalezza il proprio essere dei freaks, dei mostri.

Diane Arbus non sfida la società, di cui le interessa abbastanza poco.
Sfida solo se stessa, il proprio stesso perbenismo, i propri pregiudizi sociali, i propri tabù morali, non per ribaltarli ma alla ricerca – affascinata e terrorizzata – dell’eccentrico, del diverso, dell’anormale, con molta consapevolezza del proprio lavoro come opera facente parte di un progetto artistico.

Come è stato giustamente osservato, ogni ritratto della Arbus è principalmente la proiezione delle sue ossessioni, ed è stupefacente per quanto riguarda l’intensità che ne traspare, che mostra l’assurdità degli schemi di pensiero imposti abitualmente ed arbitrariamente dalla società.

Il lavoro della Arbus, fatto di sguardi e sorrisi, è un manifesto vivente contro la discriminazione, e risulta ancora più commovente se si pensa alla tragedia personale del suicidio.
D’altronde, come ci insegna Nietzsche, “Chi lotta con i mostri badi a non diventare mostro a sua volta. E se guardi a lungo dentro l’abisso, anche l’abisso guarderà dentro di te”.

Foto: Diane Arbus – Child with toy hand grenade in Central Park, N.Y.C. 1962

Roberto Morosetti

 

Diane Arbus - A young man and his pregnant wife in Washington Square Park, N.Y.C. 1965

Osservando certe fotografie di Diane Arbus in relazione al suo disagio interiore, si intuisce facilmente come la fotografa cerchi nel mondo esteriore tracce di diversità più evidenti rispetto a quella che lei stessa vive dentro di sé, a causa della sua depressione.

I parametri attraverso i quali definiamo cosa sia la “diversità” sono frutto del pensiero della maggioranza.

Chi guarda una fotografia della Arbus non è mai portato a identificarsi col soggetto: si viene perciò a creare una sorta di linea di confine all’interno dell’umanità, che non è più “una”, perché esiste un mondo distinto che è fatto di “altri”.

Ma, dall’altra parte, è vero però che i soggetti della Arbus non si considerano diversi, per cui questa distinzione non è da attribuire a una loro oggettiva natura, bensì allo spettatore che istintivamente li rifiuta, individuando in loro questa diversità.

In sostanza, la loro “diversità” non è una diversità che appartiene ai soggetti, ma soltanto una definizione con la quale noi li classifichiamo.

Guardando i soggetti della foto pubblicata in questo post, ad esempio, non possiamo non riconoscere che nel mondo attorno a noi esistono migliaia di persone simili a queste, del tutto normali se non per quella lieve traccia di cattivo gusto che riscontriamo in alcune loro scelte.

E questo è del tutto paragonabile a ciò che succede a ciascuno di noi quando ritiriamo le fatidiche 4 fototessera dalla macchinetta: l’inevitabile reazione è sempre quella di esclamare “sono venuto male”.
In realtà succede che tutti noi tendiamo a idealizzare la nostra immagine secondo parametri estetici che l’oggettività della macchina fotografica – ancora una volta: la vera autrice di ogni fotografia – azzera per riconsegnarci la nostra “diversità”.

La “diversità” dei soggetti della Arbus non è altro che una diversità che accomuna tutti noi, per il semplice fatto di essere, ciascuno di noi verso il prossimo, gli “altri”.

Foto: Diane Arbus – A young man and his pregnant wife in Washington Square Park, N.Y.C. 1965

Roberto Morosetti

 

Diane Arbus - Identical Twins

Per concludere l’analisi di Diane Arbus (un’analisi comunque estremamente parziale), è indispensabile mostrare quest’ultima immagine, anche se tutti già la conoscono.

“Identical Twins, Roselle, New Jersey, 1967” è forse la più famosa fotografia realizzata da Diane Arbus.

“Identical Twins” (tradotto in italiano: “Gemelle identiche”) rappresenta due gemelle monozigote, Cathleen e Colleen Wade, in piedi una di fianco all’altra. Indossano entrambe un vestito di velluto a coste, calzamaglia bianca e una fascia anch’essa bianca tra i capelli scuri.
Entrambe guardano nell’obiettivo, sebbene abbiano espressioni diverse. Mentre la gemella a destra accenna un sorriso, l’altra ha un’espressione leggermente triste e imbronciata. La fotografia fu scattata a una festa natalizia dedicata ai gemelli quando le bambine avevano sette anni.

Però, a guardare bene questa fotografia, le gemelle sono tutt’altro che identiche.
I volti sono differenti, così come i colletti, la lunghezza delle braccia, la trama delle calzamaglie.
Apparentemente tutto “sembra” uguale, ma in realtà tutto “è” diverso. E il fatto che la Arbus abbia azzerato completamente il contesto sociale e personale, lasciando intravedere soltanto il muro alle spalle delle bambine, aumenta questa incertezza.

Identical Twins è un’immagine inquietante e perfettamente coerente con la poetica della Arbus e con la sua ricerca sul concetto di “identità”.
Le due bambine sono gemelle e individui allo stesso tempo. La loro estrema vicinanza, l’uniformità dei loro vestiti e il taglio dei capelli sottolineano il loro stretto legame, mentre le espressioni del viso ribadiscono con forza la loro individualità.

Stanley Kubrick, ammiratore dell’opera di Diane Arbus, le rese omaggio nella realizzazione della celebre sequenza del film Shining in cui Danny, percorrendo i corridoi dell’Overlook Hotel, si imbatte nelle gemelle Grady.
La posa delle gemelle e la composizione dell’inquadratura sono infatti elementi che richiamano direttamente a questa fotografia.

Patricia Bosworth, che nel 1984 scrisse una biografia non ufficiale di Diane Arbus, ha detto: “Diane era coinvolta nel tema dell’identità. Chi sono io e chi sei tu? La foto delle gemelle esprime il punto cruciale di questa percezione: la normalità in ciò che sembra bizzarro e il bizzarro in ciò che sembra normale”.

Diane Arbus – Identical Twins, Roselle, New Jersey, 1967

Roberto Morosetti