Bill Brandt

 

Bill Brandt - Nude, Belgravia, London 1951

“La Fotografia non ha regole. Non è una disciplina sportiva o un gioco di società. E’ il risultato che conta, non come lo si è ottenuto”.
Bill Brandt

Bill Brandt (1904 – 1983), tedesco naturalizzato inglese, è uno dei maggiori esponenti della fotografia del ventesimo secolo.
La sua produzione è stata multiforme ed egli si è abilmente confrontato con generi come il reportage, il ritratto e il paesaggio, oltre al nudo per il quale è maggiormente conosciuto.

Nato in Germania, ad Amburgo, da padre britannico e madre tedesca, fu testimone dell’ascesa del nazismo. In seguito disconobbe le sue radici tedesche e si trasferì in Inghilterra, nel 1933, arrivando perfino ad affermare di essere nato a Londra.

La sua lunga carriera copre un cinquantennio, nel corso del quale egli muta più volte il suo stile, restando sempre coerentemente fedele, però, ai principi ideologici ed estetici cui aveva aderito in giovane età, entrando in contatto col Surrealismo.

Di questa corrente, che non solo è artistica ma anche di pensiero, Brandt apprezzerà l’ispirazione psicoanalitica e metafisica non meno di quella marxista, per il suo anelito di giustizia sociale.
Ma più d’ogni altra cosa ne amerà e condividerà per sempre la totale libertà d’espressione creativa.

Brandt si appassiona alla fotografia intorno agli anni venti, quando, ammalatosi di tubercolosi, trascorre un periodo di cure a Davos, in Svizzera.
Dimesso fra il ’26 e il ’27, si trasferisce a Vienna dove entra in contatto con la dottoressa Eugenie Schwarzwald, noto personaggio dell’intellighenzia viennese.

Frequentando casa Schwarzwald, Brandt ha modo d’incontrare l’élite culturale del tempo, fra cui Ezra Pound, con l’aiuto del quale diventa assistente nello studio di Man Ray a Parigi.
Presso il celebre fotografo e artista rimarrà solo tre mesi, durante i quali non arricchirà il suo bagaglio professionale di nuove nozioni tecniche, ma riceverà piuttosto un fortissimo impulso creativo.

I suoi inizi sono fortemente influenzati dalla scoperta delle immagini di Eugène Atget: la loro semplicità, permeata di uno spirito di solitudine umana e di lontananza, e il senso metafisico che esse sprigionano, affascinano il giovane Brandt.
La capacità di cogliere tali situazioni, che passano per lo più inosservate agli occhi della gente comune, è per Brandt l’appannaggio migliore del bravo fotografo, e sono il frutto di un distacco, grazie al quale il mondo può apparire sempre nuovo e inconsueto ai suoi occhi.

A Londra, nei primi anni 30, lavora come freelance per varie riviste. Attraverso i suoi primi lavori Brandt compie un’analisi della struttura sociale inglese, mettendo in mostra le disparità di classe che erano state acuite dalla Grande Depressione.
La sua fotografia lotta contro il capitalismo fondato sulle sperequazioni di classe e contro i condizionamenti repressivi della borghesia.

“I contrasti sociali, durante gli anni che precedettero la Seconda guerra mondiale, furono – a livello estetico – una vera e propria fonte di ispirazione per il mio lavoro. Iniziai a scattare foto nel West End di Londra, nelle periferie, nelle baraccopoli”.

Durante questi anni usa una Rolleiflex, ma è proprio in camera oscura che Brandt si rivela un maestro, per il trattamento dei toni e per il caratteristico contrasto che riesce a dare alle sue fotografie.

Finita la guerra, allentatesi le tensioni sociali, cambia registro e inizia a fotografare nudi, ritratti e paesaggi. Grazie a questi lavori raggiunge la fama internazionale.
Utilizzando una antica Kodak di mogano senza otturatore, che aveva acquistato nel 1945 in un negozio dell’usato, Brandt sperimenta un nuovo linguaggio drammatico e misterioso.

La stessa macchina fotografica che era appartenuta a Scotland Yard nel XIX secolo, allo scopo di scattare fotografie delle scene dei crimini, aveva un angolo di apertura e una profondità di campo enormi, tali da creare affascinanti distorsioni ottiche.
Attraverso la distorsione Brandt ritrae donne inquietanti, dai volti assenti e dai corpi allungati ed esasperati. Donne mute, misteriose, distanti, rinchiuse in stanze opprimenti che raccontano incubi e paure.

L’influenza del grandangolo nei suoi nudi risulta evidente: “Non fotografavo quello che vedevo io, ma quello che vedeva la camera. Il mio sguardo, la mia visione, intervenivano il meno possibile, e lasciavo che la lente realizzasse immagini e forme che i miei occhi non avevano mai osservato”.

Spesso superficialmente accostati alle foto ottenute da Kertész attraverso specchi deformanti, i nudi di Bill Brandt non sono un gioco ottico e di forme fine a se stesso, né un punto d’arrivo definito, ma un’infaticabile ricerca che si evolverà fino agli ultimi anni di vita dell’autore.

Primo autentico creatore di un nuovo linguaggio fotografico, Brandt giunge finalmente alla completa libertà dai canoni formali della fotografia, trovando nel corpo femminile una materia duttile, soggetto ideale per una riflessione densa di simbolismi psicoanalitici sulla vita stessa.

Foto: Bill Brandt – Nude, Belgravia, London 1951

Roberto Morosetti

 

Bill Brandt - Nude Baie des Anges, 1959

Appartiene alla serie dei nudi, ma con qualcosa di diverso.

Questa è molto cerebrale: ora il corpo umano si trasforma in materia da plasmare. Dita delle mani che si intrecciano, si mescolano e si confondono tra i ciottoli di una spiaggia, innesto di forme anatomiche su un paesaggio marino.

Materia duttile, che nelle mani di Brandt si contrae divenendo elemento paesaggistico e geologico.

Foto: Bill Brandt – Nude Baie des Anges, 1959

Roberto Morosetti

 

Bill Brandt - Early morning on the river, London 1930

Un’immagine diversa, romantica, appartenente agli anni della sua giovinezza, quando la fotografia di Brandt risentiva dell’influenza di Atget e dei primi contatti col Surrealismo.

Il gabbiano che vola sopra il Tamigi vicino a Tower Bridge possiede una valenza pittorica che l’avvicina alle opere degli Impressionisti francesi e ricorda il celeberrimo “Impression, soleil levant” di Claude Monet.

Paragonandola a un quadro, in realtà, faccio un pessimo complimento a una fotografia, lo so.
E’ un giudizio che sa di “arte media”, di fotoamatorismo tradizionale e un po’ ingenuo, con velleità estetiche.
Pittura e fotografia sono discipline che dobbiamo sempre tenere ben distanti tra di loro. E’ un grave sbaglio, o un pensiero debole, realizzare una fotografia ritenendo che possa ricordare un quadro.

In ogni modo questo non è pittorialismo o qualcosa del genere, e lo specifico fotografico di quest’immagine si manifesta nella scelta tecnica di una pellicola dalla grana eccezionalmente grossolana, a confondere e sfumare i contorni dei piani posteriori, conferendo loro profondità.

Un’immagine lontanissima dalle opere della maturità di Brandt, dai nudi, dalle fotografie realizzate con quella Kodak di mogano di cui parlavo nel post precedente.

Ugualmente, a mio parere, un’immagine di grandissimo fascino e suggestione.

Foto: Bill Brandt – Early morning on the river, London 1930

Roberto Morosetti